da leggere tutto d'un fiato... da http://www.danielemartinelli.it/?p=3129
Non per amor di polemica. Solo per rigor di logica. Vorrei capire a che punto è degenerato il sistema Italia nella sua variante sportiva. Vorrei capire se le parole hanno ancora un significato prima di interpretarle e applicarle nei regolamenti delle attività sociali e aggregative, quali la corsa. Una a caso: Marengo marathon, periferia di Alessandria. Ci vado invitato in qualità di speaker della manifestazione. Le gare previste sono due, mezza maratona e maratona intera a partenza unica. Il migliaio di podisti corre sulle stesse strade di un percorso che a un certo punto si divide in due tracciati: uno che porta al traguardo dei 21 chilometri, un altro al traguardo dei 42. Due gare, due distanze, due classifiche, un solo traguardo.
Facile a dirsi, meno a farsi se c’è chi si impegna a rendere complicato ciò che di più semplice esiste nell’immediatezza di una classifica generale che incolonna nell’ordine gli atleti arrivati. Alla Marengo marathon le complicazioni si avvertono già prima che arrivi il vincitore della mezza maratona, tal Khalid Ghallab. Mentre inizio a scaldare di annunci il traguardo per attirare il pubblico, il giudice fiduciario della Fidal Piemonte mi sussurra che quell’atleta nordafricano in testa alla mezza maratona non sarà inserito in classifica. Quindi non avrà diritto al premio del vincitore. Gli chiedo il motivo. Il giudice mi risponde che alla Marengo marathon, in quanto gara provinciale piemontese, non possono gareggiare atleti stranieri tesserati in società non piemontesi.
Ghallab risulta infatti tesserato in una società di Genova, che non è in Piemonte. Ma il tesserato, appunto, è straniero. Fosse stato italiano non ci sarebbero stati problemi. Infatti Giorgia Robaudo, pure lei tesserata a Genova, per la Fidal risulta prima donna e anche vincitrice della mezza maratona. La regolina, palesemente discriminatoria e dal sapore razzista, appare in un comma sepolto fra le paginette del regolamento Fidal che spunta da una tasca del giaccone del giudice. Un colpo d’occhio allo Statuto della Fidal ed ecco la contraddizione. La regolina contrasta col contenuto del primo articolo: “Un’associazione senza fini di lucro che si ispira al principio di democrazia e di partecipazione di chiunque in condizioni d’uguaglianza e di pari opportunità della pratica dell’atletica leggera“.
L’articolo parla appunto di democrazia (popolo sovrano) e non di burocrazia, ma soprattutto di uguaglianza, termine limpido che non dà adito ad interpretazioni. A cominciare dalla nazionalità o dal colore della pelle di chi corre. Tornando alla gara, pur senza comprendere, devo dare atto al giudice Fidal nel suo ruolo di garante del regolamento federale nazionale. Gli chiedo quale sia il criterio di spartizione fra gara provinciale, regionale, nazionale o internazionale. Il giudice mi risponde che è una questione di tariffe. Più l’organizzatore paga, più la federazione rilascia. Una pratica che sembra in totale contraddizione sempre con quel famigerato primo articolo dello Statuto della Fidal che recita “associazione senza scopo di lucro“.
Intanto Khalid Ghallab taglia il traguardo della mezza maratona a braccia alzate in 1h06′34″. Sorride nonostante sia visibilmente stanco. E’ stato il più veloce di tutti. Infatti si piazza al primo posto ma non per i giudici Fidal, che registrano il tempo dell’atleta nordafricano considerandolo fuori classifica. In quanto straniero. Io in seduta stante continuo ad annunciarlo come vincitore e penso che eventuali squalifiche si comunicheranno al momento delle premiazioni. Nel frattempo piomba sul traguardo il secondo atleta, a distanza di 25 secondi: si chiama Tito Tiberti (Cover Mapei) società piemontese, felice e contento. Una ragazza che si qualifica sua compagna di lì a poco si avvicina per chiedermi conferma del tempo cronometrico ottenuto. Io glielo comunico ufficiosamente mentre lei sorride divertita perché “Tito si aggiudica i 350 euro in palio per il vincitore visto che il marocchino non è in regola” (è straniero).
La frittata è pronta. E’ l’amaro antipasto di una sequela di discussioni e di liti che faranno da passerella ai piedi del palco delle premiazioni più tardi. Davanti a quei bambini che la Fidal ha particolarmente a cuore nell’articolo 2 del suo Statuto, secondo il quale “promuove, organizza, disciplina e diffonde la pratica dell’atletica leggera in armonia con le deliberazioni e gli indirizzi” di una serie di comitati prima di dare spazio, nell’articolo 3, alla settorializzazione dei praticanti, e giù giù fino all’impervio bazar di regole e regoline che fanno a pugni con i fondamenti del suo Statuto. Talmente di stampo nazista quella sull’esclusione dalla classifica degli atleti stranieri tesserati fuori regione, che a Marengo, dopo l’epica battaglia napoleonica, anche la maratona edizione 2009 riserva un ulteriore botto. Fra gli uomini si impone in 2h25′ Abdelhafid El Haclimi, marocchino che corre per l’atletica Imola, Emilia Romagna. E’ uno straniero tesserato fuori dal Piemonte. I giudici Fidal, a mo’ di fotocopia, convalidano la prestazione cronometrica dell’atleta nordafricano senza inserirlo in classifica. Non è italiano.
Il clima al traguardo si fa rovente e si impregna di imbarazzo, come quello di Albert Richter, il campione di ciclismo del periodo nazista che si era rifiutato di rompere il rapporto col suo allenatore ebreo Berliner. Gli sguardi sconcertati fra i presenti, me compreso, si incrociano come frecciate. Uno dei giudici, fra i più attempati, fiutando la mal parata ci bisbiglia che siccome il montepremi lo mette in palio l’organizzatore, spetta a quest’ultimo decidere chi premiare. A mente lucida l’escamotage assume i contorni della classica soluzione all’italiana che contravviene la regolina della Fidal. Che a sua volta contraddice i fondamenti del suo Statuto.
Quindi se la doppia negazione afferma l’organizzatore della Marengo marathon, Gianni Lonardo, può sorridere tranquillo e dire al giudice di “non preoccuparsi” che per le premiazioni si atterrà alla classifica degli arrivati infischiandosene della classifica nazi-buro-federale: primo Khalid Ghallab, secondo Tito Tiberti, terzo Valerio Brignone. Il giudice si infervora e alle premiazioni scoppia la lite. Il poetico (per non dire patetico) Tito Tiberti, da buon esemplare di energumeno per i bimbi presenti, perde le staffe: sposta il podio dal palco e lo prende a calci. Rifiuta di ritirare i 200 euro riservati al secondo classificato mentre volano imprecazioni e accuse “all’organizzazione di sinistra“. La butta in politica ma commette gaffes a ripetizione il vincitore Fidal Tito Tiberti. Dimostra di non conoscere le quantità industriali di responsabilità leghiste e forziste nelle leggi fumo sull’immigrazione approvate dai governi berlusconiani in vigore quasi ininterrottamente da 15 anni (la destra è un’altra cosa).
Sull’argomento preferisco non dilungarmi per non sottovalutare la fermezza di Gianni Lonardo, capace di andare oltre il parapiglia che si è sprigionato alla premiazione della sua gara. Premia ugualmente il vincitore Ghallab e Valerio Brignone (terzo classificato) con l’intento dichiarato di “ciò che in federazione si prega di cambiare lo si cominci a fare sui campi“. Come dargli torto? Infatti anche nella premiazione della maratona le regole discriminatorie della Fidal non vengono considerate. La piccola cerimonia fila liscia senza polemiche e senza obiezioni. Anche per Ivana Iozzia, la maratoneta italiana campionessa di specialità che alla Marengo marathon ha corso tutta sola in 2h39′51″ giungendo terza assoluta.
Anche lei, come i due atleti marocchini, non appare in classifica perché l’ufficio complicazioni cose semplici della Fidal stabilisce che gli atleti di interesse nazionale, autori di almeno una prestazione stagionale fra le prime 10 nelle graduatorie federali di qualunque specialità (anche il lancio del peso), possono gareggiare soltanto dietro autorizzazione della federazione a mezzo fax. Ivana rientra in quel parametro ma ha sbagliato permettersi il lusso di sceglere in libertà di correre una maratona.
Di questi episodi frutto di regole farraginose e fuori dal tempo la Fidal nazionale del presidente e imprenditore Asics Franco Arese ha serie responsabilità. Anzi, approfitto per chiedergli se un atleta straniero tesserato a Torino può comprarsi un paio di scarpe superleggere Asics a Milano o un completino sempre rigorosamente Asics a Bologna piuttosto che a Napoli. Magari con la possibilità di non pagarlo.
Purtroppo in Italia prima di correre con le gambe bisogna correre contro la burocrazia nel rispetto della discriminazione. Il miglior viatico per promuovere l’allontanamento dall’atletica, la regina degli sport. Uno dei motivi per i quali tutta l’Europa ci deride.
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